#parolepervoi – Shock
di Alessandra Moreschini

Shock nella lingua inglese indica, già a partire dal XVI secolo, uno scontro, un impatto violento tra truppe e soldati. Seppur non esista una visione univoca sull’origine della parola, sembra richiamare dal francese choquer (urtare, turbare). L’incertezza sulla etimologia è rappresentata bene anche dalle diverse modalità con le quali può essere scritto: shock/choch.

In medicina si riferisce ad una situazione di potenziale pericolo, legata alla perdita di tutte le funzioni vitali. Utilizziamo shock anche per definire un’emozione, uno stato di blocco emotivo sperimentato di fronte ad un evento inatteso o inaspettato, percepito come minaccia che urta la nostra integrità. Lascia un segno, una ferita invisibile, spesso lenta a cicatrizzarsi. 

In un periodo storico come questo, riflettevo su un termine ben calato entro la nostra realtà: lo shock da pandemia. L’ho visto nei vissuti delle persone che mi circondavano, l’ho sentito nelle parole dei pazienti, sulla mia pelle. Ho percepito la sensazione scioccante di smarrimento, la perdita dei punti di riferimento, il vissuto traumatico associato al bisogno di contatto con il team curante.

E su questo scenario, che prende forma l’idea di trovare, seppur a distanza, la continuità di una relazione terapeutica che possa permetterci di contenere lo shock, raccogliere le emozioni, favorire forme diverse di connessione emotiva e la cicatrizzazione di una ferita profonda, per accompagnare le persone ad un processo di ricostruzione interiore in una linea temporale che assicuri continuità.