LA TELEMEDICINA. LIMITI E RISORSE PER IL TEAM DIABETOLOGICO
di Liliana Indelicato

Secondo la definizione suggerita dall’OMS con il termine telemedicina facciamo riferimento a una modalità di assistenza sanitaria che avviene tramite il ricorso a tecnologie innovative che permettono uno scambio comunicativo a distanza fra le parti. 

Diversi studi hanno mostrato il grande potenziale della telemedicina nel favorire il miglioramento degli outcome clinici e psicologici di persone con diabete tanto che alcuni lavori hanno mostrato che non c’è differenza tra interventi on line e interventi face to face nel determinare un miglior controllo glicemico.

Proprio per questo, la telemedicina ha numerosi vantaggi tra cui la maggiore flessibilità e il più facile accesso ai servizi sanitari. Inoltre, permette il monitoraggio dello stato di salute del paziente a distanza, un rapido scambio di dati tra operatori sanitari e pazienti, feedback ritagliati sulla persona, interventi standardizzati, meno visite ambulatoriali e, infine, minore stigma associato al ricevere servizi terapeutici.

Ma accanto a questi promettenti e importanti vantaggi è doveroso ricordare che la telemedicina è una forma di assistenza sanitaria non adeguata a tutti.

Essa presenta, infatti, una serie di limitazioni legate ad aspetti organizzativi spesso caratterizzati da risorse tecnologiche non adeguate. Inoltre, nella telemedicina vi è il rischio di generare disuguaglianza in salute a causa dell’azione di variabili quali l’health literacy e l’analfabetismo digitale

Pertanto, la telemedicina può trasformarsi in una forma di assistenza sanitaria che risente di fattori generazionali e culturali. Infine, ricordiamo i limiti legati all’osservazione clinica e il ridimensionamento della componente non verbale della comunicazione. 

Alla luce di queste considerazioni e, come già sottolineato da alcuni autori, le tecnologie possono essere considerate come abilitanti il processo di engagement e integrative ad altre strategie di intervento non tecnologiche, ma non sostitutive della relazione terapeutica (Graffigna et al., 2017).